La borsa del medico Silvia Gandolfo. Terza donna laureata a Siena

 

Nell’ambito del tema “Essere umani”, scelto dall’Ateneo per le attività di Terza missione di questo anno, tra i tanti beni che il Museo di Strumentaria medica conserva abbiamo scelto una borsa del medico. Si tratta dell’oggetto più rappresentativo di una professione che per secoli si è retta sul rapporto tra il medico e il paziente, un rapporto che negli ultimi decenni si è affievolito e che oggi stiamo tentando di recuperare, cercando di individuare punti di connessione tra la pratica medica clinica e le questioni culturali ed etiche che sorgono nel contatto tra la biomedicina e i pazienti, con le loro storie e i contesti culturali in cui vivono. In particolare, quella scelta è la borsa appartenuta alla dottoressa Silvia Gandolfo, la terza donna a laurearsi in Medicina nell’Università di Siena, nel 1922.

Dopo la laurea, Silvia Gandolfo divenne libera docente in clinica pediatrica e assistente all’Università di Siena. Fu molto attiva nella ricerca, pubblicando articoli nei quali prese in considerazione alcune malattie dell’infanzia ma anche problematiche dell’età infantile affrontate da un punto di vista giuridico assistenziale. La storiografia ufficiale si è sempre occupata poco delle donne in ambito medico, e spesso ne ha taciuto se non svilito il ruolo. L’assenza delle donne dalla medicina ufficiale non è tuttavia riuscita a negare la loro importanza nell’esercizio di una La borsa del medico, simbolo del rapporto personalizzato tra medico e paziente, basato sul dialogo La borsa del medico Silvia Gandolfo, terza donna laureata a Siena medicina intesa come “prendersi cura” del paziente, più che “curare” la malattia. Quest’ultimo aspetto risulta particolarmente significativo in una visione della medicina che deve diventare più personalizzata, basata su un rapporto con il paziente rispettoso delle sue idee, della sua storia, della sua volontà.

L’esperienza della malattia rappresenta un fatto personale nella vita di ciascuno. Si tratta di un processo soggettivo in quanto il ‘modo di essere malato’ ha a che fare con il sentire più intimo di una persona, con la sua identità, la sua storia, la sua emotività, le sue paure. L’esperienza della malattia si colloca, dunque, per una parte significativa, oltre i limiti delle bioscienze. Ed è forse questa la questione più difficile con la quale il medico si trova a doversi confrontare. A meno di non identificare il malato semplicemente con la sua malattia, deve imparare a rapportarsi e a confrontarsi con il paziente, con la sua cultura e il suo vissuto. Non può tener conto solo della sintomatologia e dei risultati clinici, seppure fondamentali nella sua professione, ma deve integrarli con le informazioni che il malato può dargli.

È necessario, pertanto, individuare e mettere in atto un metodo che permetta di ‘prenderci cura’ del paziente – con le sue caratteristiche individuali e culturali – senza assolutamente abbandonare le preziose conoscenze della medicina basata sulle evidenze (Evidence-Based Medicine), anzi integrandole per raggiungere un obiettivo sempre migliore. Serve quindi una rivoluzione nell’approccio al paziente e nel modo di lavorare con esso. Soprattutto diviene fondamentale non solo curare la malattia (to cure) ma prendersi cura del malato (to take care of). Per far questo è importante educare i giovani studenti a divenire medici attenti al rapporto con il paziente, capaci di approfondire l’ascolto e il dialogo con chi è malato, creando empatia. Perché questo possa avvenire è necessario ampliare gli ambiti di studio integrandoli con discipline diverse, che forniscano conoscenze adeguate a migliorare le capacità di ascolto e di relazione, a saper utilizzare un linguaggio adeguato e comprensibile ed espressioni empatiche, fondamentali in seguito per ‘curare’ al meglio i pazienti con un metodo basato non solo sulle evidenze ma anche sulla conoscenza della persona.

In questo senso il museo di Strumentaria medica sta svolgendo un ruolo importante nella Medical Education, ideando e realizzando esperienze formative per le studentesse e gli studenti dei corsi di studio in Medicina e Professioni sanitarie a partire dei beni culturali che conserva.

Davide Orsini